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Le sostanze perfluoroalchiliche usate per produrre le pentole antiaderenti, la carta da forno o il Goretex degli indumenti e sversate per trent’anni in natura senza nulla temere perché limiti di legge sugli scarichi non ce n’erano e ancora non ce ne sono, non hanno contaminato solo le falde e i pozzi di 31 Comuni del Veneto.

Quei Pfas prodotti della fabbrica Miteni di Trissino sono finiti anche nel sangue dei cittadini. Su un campione di 507 veneti dei Comuni di Montecchio Maggiore, Lonigo, Brendola, Creazzo, Altavilla, Sovizzo, Sarego (i più esposti), Mozzecane, Dueville, Carmignano, Fontaniva, Loreggia, Resana, Treviso(la cosiddetta area di controllo) circa la metà è risultatapositiva alle analisi.

Cosa rischino, non si sa. Non solo: tutti i cittadini dell’area contaminata - erano 31 Comuni tra le province di Vicenza, Padova, Verona, ora scesi a 29 perché nell’ultimo aggiornamento sulla contaminazione di acque potabili sono stati tolti Trissino e Montebello - saranno sottoposti a uno screening, oltre 250mila persone saranno invitate dalle rispettive Ulss a sottoporsi a esami del sangue e marcatori tumorali
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Eccellenza Padovana e non solo: sperimentato allo Ieo su 30 malate di tumore: «Risultati incoraggianti». I racconti delle donne guarite: «Quando fai queste cure non vuoi essere bella ma normale»

A volte le cose più semplici e scontate sono le più efficaci: raffreddare la testa durante la chemioterapia salva i capelli e aiuta una donna a combattere il male restando persona. Per ora funziona solo per la chemio usata per il tumore al seno. Non per quella usata nel cancro al polmone che ha colpito Emma Bonino, ma lei ribadisce: «Io non sono il mio tumore, ma resto una persona». Il suo messaggio in video si diffonde tra le 900 donne guarite di tumore riunite a Milano all’annuale appuntamento voluto e ideato da Umberto Veronesi nel 2007: «Ieo per le donne». Ex pazienti dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo), e di altri istituti, riunite per testimoniare di aver ritrovato la loro identità. Di essere di nuovo persone. Forse nuove persone.

Come è noto, la maggior parte dei farmaci chemioterapici ha come effetto collaterale la perdita totale o parziale dei capelli dopo circa 20 giorni dall’inizio del trattamento. «I farmaci chemioterapici uccidono le cellule che si moltiplicano rapidamente», spiega il professor Conte, «le cellule “sane” che nel nostro corpo si comportano così sono quelle delle mucose e del midollo osseo, per le quali esistono già soluzioni. E quelle dei follicoli piliferi, dove nascono i peli e i capelli. La perdita di capelli non è definitiva perché ricrescono, ma questo fattore può condizionare la percezione della propria immagine con un forte impatto psicologico. Infatti, a volte fatichiamo a convincere le pazienti a sottoporsi a chemioterapia perché perdere i capelli significa far sapere a chi ti sta accanto il tuo stato di salute. Oggi, il 90% guarisce dalla malattia, ma rimangono ancora tanti problemi di cui occuparsi: le donne che affrontano un cancro hanno più possibilità di divorziare dal marito rispetto alla media, hanno difficoltà a rientrare nello stesso ruolo a lavoro e, se sono giovani, possono andare incontro a problemi con la propria sessualità». Finora l’unica soluzione era ricorrere alle parrucche.

E a tal fine, già da alcuni anni, lo Iov attraverso il progetto “Non smettere di piacerti” mette a disposizione dell’utenza l’utilizzo gratuito di questi presidi.Il nuovo caschetto deve essere indossato venti minuti prima dell’infusione di farmaci e mantenuto sul capo per tutta la seduta, la temperatura del cuoio capelluto viene abbassata fino a 4 gradi. Si ha così una vasocostrizione superficiale: ai follicoli piliferi arriva pochissimo sangue e con esso scarsissime quantità di quei farmaci chemioterapici che li danneggerebbero. I follicoli si “salvano” e i capelli non cadono. I test sperimentali hanno dimostrato che funziona nell’85% dei casi. «Questa donazione è frutto del legame che ha il territorio con il nostro Istituto e della sensibilità dimostrata da un’imprenditoria intelligente. Alì e tutti i clienti che hanno scelto di sostenerci saranno insieme alle nostre pazienti ogni volta che indosseranno questo casco», dichiara Simona Bellometti, direttore sanitario. Metà somma proviene da piccole donazioni fatte dai consumatori che hanno deciso di destinareallo Iov i punti della propria Carta fedeltà e per metà direttamente da Alì spa. «Da ormai 5 anni abbiamo deciso sostenere lo Iov», afferma Matteo Canella di Alì spa, «la collaborazione proseguirà anche il prossimo anno». Già nelle prossime settimane potrebbe avvenire l’acquisto del casco.
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La vittima si chiama Alberto Polese trovato a letto senza vita, ucciso dall’influenza. L’ultimo messaggio su Fb: «Spero di guarire presto»

Un post scritto venerdì sera sulla sua pagina Facebook diceva: "influenza vattene via"e, 23 anni, che da qualche mese per lavoro si trovava ad Ansbach, in Germania. Mai avrebbe potuto immaginare che probabilmente proprio quella maledetta influenza gli sarebbe stata fatale.

E' stato trovato privo di vita sabato mattina nella sua stanza, ancora steso sul suo letto. 
Ad accorgersene Antonella, la responsabile padovana della gelateria per cui il giovane lavorava da qualche mese, il “Cafè Doge” di Ansbach. Il giovane, che aveva una stanza nello stesso stabile della gelateria, avrebbe dovuto alzarsi ed essere al lavoro alle 9, ma non è mai arrivato. La responsabile in apprensione è così salita a controllare come mai il ragazzo tardasse. Entrata nella stanza, la terribile scoperta.
Alberto era a letto ma non rispondeva: immobile, privo di vita. Immediati i soccorsi dei sanitari della cittadina bavarese, poco lontana da Norimberga. I medici hanno cercato di rianimarlo per più di mezz’ora, ma per il ventitreenne non c’era più nulla da fare. A uccidere il giovane, probabilmente, un collasso cardiaco dovuto all’influenza. Oggi in Germania si decide se è necessario sottoporre il corpo all’autopsia per fare ulteriore chiarezza sul decesso.
Alberto da un po’ di giorni non si sentiva bene: «È da martedì che mi tormenta», scriveva sempre sul suo profilo Facebook riferendosi all’influenza. «Aveva febbre, vomito e dissenteria, i sintomi di un banale raffreddamento, che ha cercato di curare con i classici farmaci», dice con voce rotta dalla commozione Marco Brucoli, amico fraterno di Alberto Polese, che non appena ha appreso la tragica notizia è partito per Ansbach insieme ai genitori Andrea e Cristina, e al fratello minore Michele.
In Germania Alberto viveva ormai da giugno e nella gelateria dove lavorava si trovava bene. Solo ultimamente racconta qualche amico c’era stato qualche screzio: «Di recente aveva litigato con dei colleghi di nazionalità romena per difendere una ragazza da atteggiamento molesti», dicono. «Difendere i più deboli e prestare soccorso era nel suo dna». A ottobre il giovane sarebbe dovuto tornare a Padova per un periodo di vacanza. Viveva con la famiglia in via Vecellio all’Arcella, e in città era molto attivo dal punto di vista sociale. Faceva parte dal 2010 della squadra della protezione civile di Cadoneghe e da poco era entrato anche in quella provinciale. «Era un ragazzo splendido, disponibile, sempre presente alle riunioni», ricorda tra le lacrime Sergio Zampieron della squadra di Cadoneghe, «Quando c’era un’emergenza era il primo a chiamarmi, mi diceva: “Sergio se hai bisogno chiamami senza problemi”, un ragazzo d’oro».
Alberto era anche iscritto al Gruppo cinofilo padovano, dove faceva parte del consiglio direttivo: «Un caro amico che tra le passioni aveva quella dei cani, collaborava da qualche anno con il nostro gruppo, mettendoci cuore, anima e passione, rendendosi sempre disponibile ed essendo un prezioso aiuto per i nostri eventi», commenta Rossella Scarso del gruppo dei cinofili.
Un ragazzo pieno di energia insomma, che oltre al volontariato, aveva un’altra grande passione, passione per cui si era aggiudicato il soprannome di “Panda”. Amava i motori, le automobili, i rally. «Facevamo parte della stessa scuderia, la Ritmolandia Italia, in più lui era anche iscritto al Veneto Rally Club. Possedeva diverse auto d’epoca e solo due settimane fa, tornato per qualche giorno dalla Germania, era venuto da me in edicola a comprare delle riviste sulle automobili», dice Ettore Toniato, edicolante di Largo Debussy all’Arcella e caro amico di Alberto. «Da poco aveva fatto tutte le visite mediche necessarie per fare da navigatore nei rally ed era risultato idoneo», aggiunge un altro amico, Stefano Cianci. «Stava benissimo di salute ma purtroppo queste sono cose improvvise, che non si riescono a prevedere con una semplice visita sportiva». *fonte il web
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